- Van Dyck l'europeo -

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Dove: Genova –  Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova – Appartamento e Cappella del Doge 
Quando: Sino al 19/07/2026
Orari: lunedì 14-19 – da martedì a domenica 10-19 -venerdì 10-20 – la biglietteria chiude un’ora prima
Curatela: Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen
Ingressi:  intero 15€ – ridotto 13€ – ridotto 14€ over65 – ridotto 9€, under25 – ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
Per riduzioni e agevolazioni consultare il sito www.palazzoducale.genova.it

 

IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA

Inaugura il 19 marzo al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico. Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni. Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa. Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra,e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum. Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari
inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità. Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista. Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza. Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza. L’impostazione curatoriale di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen mira a presentare al grande pubblico l’intero arco della carriera di un artista dal talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come un viaggio che ripercorre, passo dopo passo, quello compiuto da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I, re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La retrospettiva non viene presentata secondo una stretta sequenza cronologica: le opere non sono disposte nelle dodici sale in base all’anno e alla città di realizzazione, ma organizzate per temi e ambiti della sua produzione. Le opere sono accostate le une alle altre così da invitare, stimolare e facilitare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane in patria, con la maniera del grande Van Dyck italiano, e con quello inglese. Il confronto è pensato anche tra opere che hanno soggetti analoghi: sarà infatti possibile, per esempio, comparare una dama genovese, una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama inglese: ritratti eseguiti in tre diversi momenti, ma soprattutto per committenze dalla sensibilità e dal gusto differente. Risulterà evidente quanto Van Dyck sia capace di sintonizzarsi sugli ambienti in cui si trova a operare, ma sarà anche evidente il confronto estetico e tematico tra le richieste di una committenza sempre diversa.
LE DODICI SALE – IL PERCORSO DELLA MOSTRA
Le sale sono dodici, precedute da una premessa che accoglie il visitatore con un’opera eccezionale: il primo autoritratto noto del pittore, datato 1614 ca. Van Dyck dipinge sé stesso con una maturità inusuale per i suoi quindici anni. Questa opera, esposta nella sala in cui i visitatori vengono accolti, dà la chiave di lettura dell’esposizione e presenta immediatamente Van Dyck come un artista eccezionale dal talento unico. La sala 2 ribadisce questo concetto presentando quattro assoluti capolavori che rappresentano le quattro diverse stagioni della vita dell’artista: il Sansone e Dalila (1618-20 ca) della Dulwich Picture Gallery di Londra, Le tre età dell’uomo come Vanitas (1625 -26), proveniente da Palazzo Chiericati di Vicenza, Chronos che taglia le ali di Amore del 1627 ca. in arrivo dal Musée Jacquemart-André di Parigi e Lady Venetia Digby come allegoria della Prudenza, del 1633-34, proveniente da Palazzo Reale di Milano. Opere che lasciano sbalorditi per la loro bellezza anche dall’impatto dimensionale importante, così che il visitatore si possa immergere veramente nei grandi quadri di Van Dyck. La sala 3 che segue spiega il rapporto con Rubens, il suo maestro, dal quale Van Dyck prende presto le distanze prediligendo una raffinatezza che lo porta a un linguaggio nuovo che rinnova, appunto, l’approccio di Rubens – più colorato e chiassoso – con uno, quello di Van Dyck, più sussurrato. La sala 4 è anch’essa una sorta di introduzione generale all’arte di Van Dyck, perché presenta opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche: olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta, eccetera. Il visitatore entra nel suo atelier, a contatto con il “fare” dell’artista. Si potrà vedere il processo creativo di un genio e la genesi di opere che nascono dalla volontà di sperimentazione di un pittore che affronta ogni lavoro come una nuova sfida con il bello. La sala 5, la prima grande sala tematica, con opere che illustrano il concetto della difesa della patria. Si fa quindi riferimento a un’Europa costantemente in guerra, ma anche a un valore fondamentale su cui si sono basate le società nelle quali Van Dyck opera. Si trovano ritratti a volte imponenti, come quello di Carlo V a cavallo, del 1620, in prestito dagli Uffizi, un imperatore non contemporaneo ma divenuto una vera e propria icona per le corti d’Europa; il Ritratto del Marchese Ambrogio Spinola (1620-21) dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, il grande generale al servizio della corona spagnola e degli arciduchi e principi sovrani dei Paesi Bassi Meridionali, difensore del credo cattolico, una vera celebrity ritratta anche da Velázquez e Rubens. Posano per il visitatore anche gentiluomini in armatura o guerrieri, forse immaginari, di cui non si conosce l’identità, ma che costituiscono la trasfigurazione visiva di un valore: non combattere ma difendere e preservare; un valore talmente radicato nell’iconografia che persino i bambini venivano ritratti con le armi. Lo si può vedere nel grande capolavoro che si è conquistato la copertina del catalogo di mostra, prestito eccezionale della National Gallery di Londra: Il Ritratto dei bambini Giustiniani Longo, imponente e meraviglioso (1626 – 27), che per la prima volta viene presentato al pubblico dopo la riscoperta identità degli effigiati. Nella sala 6 si affronta il tema della famiglia e come anche questa sia un valore su cui si fonda la società del tempo. I ritratti di coppia o di famiglia fanno capire come Van Dyck riesca a trasferire questo concetto, oltre a interpretare la volontà a volte spasmodica di autorappresentazione della classe dominante. Questa si sviluppa nella sala successiva – la sala 7 – una vera e propria carrellata di vanitosi ‘attori’ che il pennello del Van Dyck rende eterni; e quella ancora dopo, la sala 8, che presenta quattro imponenti ritratti a figura intera, uno per ciascun periodo, secondo il concept della mostra. È qui che il visitatore si imbatte nel maestoso Ritratto di donna uscita eccezionalmente dalla collezione di Palazzo Odescalchi di Roma. Si prosegue nella sala 9 con un’immersione totale nell’arte sacra di Van Dyck, forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato, ma soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente. Vi sono dei quadri grandi, come il Matrimonio mistico di Santa Caterina del 1618 – 20 proveniente dal Prado, o La cattura di Cristo del 1620- 21 ca. proveniente da Anversa, o lo splendido San Sebastiano della Scottish National Gallery (1620 – 21) di Edimburgo, che portano il visitatore nel vortice del dramma sacro, ma anche a riascoltare il racconto delle storie bibliche che fungevano da monito morale per il pubblico di allora. Siamo quasi a fine percorso: nella sala 11 il visitatore scopre uno straordinario inedito: un Ecce Homo di grande intensità di collezione privata europea. L’allestimento invita il pubblico a farsi coinvolgere e travolgere dal pathos intenso che Van Dyck riesce a infondere nei suoi quadri. In questa stanza dedicata alla preghiera, non poteva mancare una Madonna col bambino – viene dalla Galleria Nazionale di Parma -, per ricordare quanto la devozione privata in tutte le case fosse un appuntamento fisso, molto sentito, nella quotidianità del tempo. Il colpo di teatro conclusivo è nella cappella del Doge, dove viene esposta la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, un raccolto luogo di culto in una piccola località della riviera ligure di Levante a Rapallo. Il dipinto, Cristo crocifisso con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero (1626), scuro, essenziale, quasi crudo nella stesura, porterà il pubblico a conoscenza dell’unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d’altare in assoluto dei suoi sette anni italiani.

Breve Biografia
Van Dyck, la vita di un genio in viaggio Anton van Dyck nasce ad Anversa nel 1599, si forma con Rubens di cui diviene presto il migliore allievo. Nel 1617, a soli 18 anni, è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di S. Luca (la corporazione dei pittori). A soli ventun anni, nel 1620, viene chiamato in Inghilterra alla corte di Carlo I, dove soggiorna brevemente nell’inverno del 1620-21 prima di recarsi in Italia. A ventidue anni ottiene un permesso speciale per andare a Roma, dove sarebbe dovuto restare solo otto mesi, permesso che invece terminò a Genova sei anni e mezzo dopo. In Italia si immerge nella culla della Classicità e nella patria del Rinascimento, la fucina di un incipiente barocco dove tutti i pittori nordici desiderano andare. Il ritorno ad Anversa, città dinamica dal punto di vista intellettuale e artistico, nel 1627, dovette essergli sembrato un ritorno a casa. Tuttavia, la sua ambizione superò ben presto le prospettive della sua città natale e si trasferì a Bruxelles, dove era molto apprezzato sia dalla corte degli Asburgo che dal consiglio comunale. Nonostante fosse un pittore celebre e acclamato, nel 1632 partì per Londra, per poi tornare ad Anversa dopo due anni. Nel 1634, seguì nuovamente la sontuosa ma minacciata corte di Carlo I. Dopo la morte di Peter Paul Rubens, il 30 maggio 1640, Anton van Dyck era di nuovo ad Anversa, ma lasciò la sua città natale per Parigi, dove arrivò nel gennaio 1641, sperando di ricevere prestigiose commissioni da Luigi XIII e dal cardinale Richelieu. A metà novembre 1641 partì nuovamente per Londra, gravemente malato e accompagnato dalla moglie, Lady Mary Ruthven, dama d’onore della regina Henrietta Maria, che aveva sposato all’inizio del 1640. Il 1° dicembre nacque la loro figlia Justina e otto giorni dopo, il 9 dicembre, van Dyck morì all’età di 42 anni.